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Turismo nel Parco Nazionale d' Abruzzo

Turismo e vacanze nel parco nazionale d' Abruzzo, Lazio e Molise


l Parco è un patrimonio naturale di straordinaria importanza, ma ha anche interesse socio-politico e amministrativo Si tratta di realtà complessissima essendo compreso in tre regioni, - il Lazio, l’Abruzzo e il Molise, - sei comunità montane e diciotto comuni, dei quali cinque all’interno dell’Area protetta.

Dal 1923 agli inizi degli anni ‘70 non ha vissuto d’iniziative attive, ma si è limitato a garantire la protezione e la salvaguardia della natura puntando soprattutto sul rispetto delle norme vincolistiche: senza peraltro riuscirci, per l’assalto portato dalla cosiddetta valorizzazione turistica.

Dall’inizio degli anni settanta, con la ripresa delle attività, dopo una profonda crisi di oltre dieci anni, il Parco ha iniziato ad attuare una politica di protezione dinamica e attiva, combinando misure di salvaguardia e rispetto con iniziative di promozione e organizzazione delle attività turistiche.

Ha avviato tante attività promozionali, educative e scientifiche, compatibili con la sua assoluta protezione.

Con i dati economici e finanziari del turismo, possono infatti essere indicati quelli naturalistici ed ecologici che mostrano come, con il progredire delle attività economiche si sia registrato uno straordinario successo nell’incremento dei valori ecologici e naturalistici.

Da questo punto di vista quindi l’esperienza in Abruzzo è eccezionale e unica.

E senza considerare la situazione di grave difficoltà nella quale l’Ente si è trovato a operare, per motivi politici, amministrativi e finanziari.

Negli anni sessanta, gli abitanti del posto avevano un reddito pro-capite tra i più bassi d’Italia e osservavano, incuriositi e timorosi, i villeggianti che arrivavano a Pescasseroli con pellicce e gioielli, per abitare i residence e le villette di proprietà, calpestando senza alcun ritegno i valori morali e culturali dei valligiani.

Oggi è ormai riconosciuto da tutti come il fenomeno turistico è in una fase di graduale regresso; ciò è dovuto alla crisi economica e alla carenza di infrastrutture, ma anche e soprattutto alla generale dilapidazione delle bellezze artistiche e naturali che il nostro Paese non ha saputo tutelare, impedendone un uso sconnesso e volgare.

Nel 1982, nei centri situati nei parchi nazionali o nelle loro zone limitrofe, è stato invece registrato un grosso incremento di presenze turistiche, nell’ordine del 25% I cinque parchi italiani sono stati visitati da oltre cinque milioni di persone.

Il merito principale risiede nella qualificazione del turismo e dell’offerta conseguente che si è orientata, ormai in modo irreversibile, verso la protezione, la tutela e il corretto godimento della natura.

I flussi turistici che hanno interessato il Parco Nazionale d’Abruzzo possono essere ancora divisi in due grosse categorie, rispetto alle correnti collettive e rispetto alle correnti specializzate.

Le prime sono caratterizzate dalla presenza di turismo familiare (25%), straniero (5%), scolastico (25%), aziendale (10% ) e di fine settimana (35%).

Confrontando questi dati con quelli del 1978, si rileva la qualificazione che c’è stata nella presenza degli stessi visitatori Infatti, il turismo familiare, tradizionale, è diminuito Quello di fine settimana è passato dal 60% al 35%.

Un incremento interessante si è invece avuto nel turismo straniero, che dal 1% - era quasi sconosciuto fino a cinque anni fa - rappresenta ora il 5% del totale.

Il turismo scolastico è ormai una voce molto importante, con il 25% del flusso complessivo.

Anche quello aziendale si è incrementato di sette punti passando dal 3 al I0 percento.

Il salto notevole nella qualità dei visitatori è confermato dalla valutazione dei flussi specializzali.

Il turismo naturalistico, escursionistico, scientifico, alpinistico, culturale e campeggistico rappresenta il 60% del totale, rispetto al 40% del 1978 .

Il turismo invernale si è mantenuto sugli stessi livelli, il 15%, ma si è qualificato nell’uso della neve.

Nel 1978 venivano utilizzali gli impianti sciistici tradizionali.

Nel 1982 l’uso della neve ha puntato soprattutto sullo sci escursionistico e di fondo.

Sono sorti i primi anelli e i primi itinerari per escursioni guidate.

C’è poi un altro turismo, un po’ generico, di tipo ricreativo, gastronomico, religioso e residenziale, che rappresenta il 25% e interessa periodi vari dell’anno (nel 1978 era il 45%).

In relazione ai flussi si possono valutare i periodi turistici: c’è un momento di punta (giugno-settembre) con presenze di visitatori, famiglie e gruppi di lavoratori in visite guidate.

Persino gli stranieri cominciano a includere nei loro viaggi in Italia anche il Parco d’Abruzzo.

Molti, che trascorrono le vacanze sulla riviera adriatica, prevedono una visita all’interno.

In primavera (aprile - maggio) è presente il urismo scolastico: nel 1981 hanno visitato il Parco duemila comitive.

Nel 1982 c’è stato un leggero regresso nella presenza di studenti dovuto alla chiusura del Centro Visita di Pescasseroli, le cui difficili vicende sono collegate alle continue azioni di boicottaggio e attacco alla Direzione e al personale.

Ma le circa milleottocento comitive hanno potuto visitare altri centri, recentemente allestiti.

I centri di visita indicano uno degli aspetti più importanti nella creazione delle infrastrutture di servizio.

Per poter ospitare un così massiccio numero di visitatori era necessario approntare attrezzature adeguate: alcune create direttamente dal Pareo e altre, ricettive, dagli abitanti.

La prima e più importante è, ovviamente, la Direzione.

Essa poggia su un organigramma efficiente e dinamico, composto da un Direttore, da un Vice direttore e da Responsabili di settore.

Segue la normale organizzazione del personale, per la verità non sufficiente per soddisfare le esigenze operative.

In molti centri abitati, figurano bene centri di visita, aree faunistiche, aree attrezzate per la ricreazione, aree di parcheggio e di pic-nic, accessi al Parco, itinerari turistici.

Nel Piano finanziario e di assetto territoriale è prevista la realizzazione di un Centro di Visita a tema differenziato in ogni paese.

Questo può consentire di creare un circuito di visita all’interno dei vari comuni.

Man mano che questo programma procede si dimostra un ottimo investimento socio- economico e una attiva misura di protezione, indirizzando i visitatori verso queste strutture ed evitando la frequentazione di zone più delicate dal punto di vista ecologico.

Per le strutture ricettive, è evidente che deve trattarsi di impianti compatibili con il particolare tipo di turismo.

Devono essere alla portata un po’ di tutti, e dal punto di vista della fruizione, e da quello della gestione.

L’Ente Parco si è fatto promotore, inserendoli nel proprio circuito promozionale, della nascita di ostelli per la gioventù, di piccoli alberghi e pensioni familiari, di campeggi.

Oggi quasi tutti i comuni, sulla scia di Civitella Alfedena, hanno scelto la strada della protezione della natura e del suo corretto godimento Civitella .

Alfedena, quindi, tanto pilota non è più: almeno altri cinque comuni - Villetta Barrea, San Donato Val Comino, Bisegna, Villavallelonga, Pizzone - stanno operando le stesse scelte.

Pur non essendo più tanto pilota, è bene illustrarne alcune caratteristiche, per dimostrare quanti passi possa fare una piccola economia montana di un villaggio con poco più di trecento abitanti.

In appena otto anni ha realizzato oltre cinquecento posti letto di tipo collettivo e pubblico: poche residenze private, nessun residence, un albergo, tre ostelli della gioventù, quattro pensioni, case e camere d’affitto, due aree di campeggio natura.

Gli abitanti hanno inoltre aperto due pizzerie, tre ristoranti, quattro laboratori artigiani, quattro botteghe artigiane.

Altra scelta socialmente, economicamente e culturalmente qualificante è quella del restauro e della rivitalizzazione del centro storico: otto anni fa non era che un paesino abbandonato dell’Appennino centro- meridionale, dove nascevano le prime case nuove con una leggera espansione urbanistica e le prime speculazioni, mentre il vecchio centro storico, di origine medioevale, veniva abbandonato a se stesso, anche a causa della emigrazione che qui raggiungeva le punte più elevate della zona.

Un bel villaggio morente! .

All’improvviso, una Amministrazione comunale, disponibile a puntare sulla natura, ha capovolto la situazione, dicendo no alla valorizzazione tradizionale di rapina, puntando sul restauro del centro storico e delle emergenze urbanistiche, sul coinvolgimento attivo della gente e il conseguente recupero di valori culturali e sociali.

Oggi, è un esempio campione da esportare.

Tornando a parlare in generale e per dare un’idea dell’apporto economico dei visitatori, va fatto un calcolo molto semplice, considerando l’arrivo di un milione di persone, per due milioni di presenze annue.

La visita di fine settimana si valuta in due presenze, il sabato e la domenica.

Il turismo scolastico si proietta nell’arco di una giornata, salvo corsi di qualificazione e settimane ecologiche.

L’alta stagione è considerala nei mesi di luglio e agosto e nei periodi di fine anno.

Il flusso monetario lordo creato da due milioni di presenze ammonta a circa cinquanta miliardi annui, in base ad una spesa pro-capite di venticinquemila lire.

Considerati diecimila abitanti - quelli effettivi sono però cinquemila - si può ricavare una cifra di cinque milioni per abitante.

Per una famiglia media di quattro persone, l’apporto è di venti milioni Si tratta di un valore attestato sui redditi medio-alti italiani.

Una ulteriore e convincente dimostrazione viene da un altro esempio: in Alto Sangro operano due piccole banche locali, a Pescasseroli e a Civitella Alfedena.

La Cassa Rurale e Artigiana di Civitella Alfedena svolge una funzione di promozione nelle attività agricole, di allevamento, artigianale e nel turismo, e opera nei tre comuni rivieraschi del Lago di Barrea, con duemila abitanti.

Nel 1982, secondo dati ufficiali presenti nel bilancio annuale, questo piccolo istituto ha avuto depositi a risparmio per oltre sette miliardi di lire.

Su duemila abitanti essi indicano un risparmio pro- capite di tre milioni e mezzo di lire Vale a dire quindici milioni per famiglia.

Un grande movimento turistico crea notevolissimi problemi: è evidente.

Problemi non ancora gravi, ma già presenti, che devono essere affrontati adottando tutte le misure preventive.

Per non essere costretti, dopo, a risolverli in modo drammatico e drastico.

L’eccessivo intasamento delle Aree attrezzate comporta un grosso disturbo generale: rumori, inquinamento, erosione, danneggiamenti vari, disturbi alla fauna.

In alcune località i sentieri sono stati delimitati con palizzate per evitare lo sconfinamento dei visitatori nella foresta e fenomeni di erosione.

Una discreta difficoltà che già esiste nel controllo dei visitatori dipende dagli scarsi mezzi a disposizione e dall’operare in permanente situazione di emergenza.

In riferimento a questo enorme flusso turistico, il Parco ha dovuto e deve attuare una politica ben precisa.

Innanzitutto e stata cercata e trovata l’applicazione drastica e decisa della legge istitutiva; in qualche caso anche in modo molto impopolare e antipatico.

In presenza di gravi abusi non c’è stata alcuna remora o timore a ricorrere alla magistratura, denunciando senza debolezze le situazioni di incompatibilità.

Sono stati eliminati molti abusi, anche da parte dei comuni, e sono stati affermati principi fondamentali per il futuro.

Ma è bene anche sfatare, una volta per tutte, la leggenda che vuole l’Amministrazione del Parco in eterno conflitto con i comuni.

Non c’è nulla di più falso: su diciotto comuni, soltanto tre alternano a fasi di collaborazione, fasi di conflittualità.

Con gli altri quindici i rapporti sono buoni e in qualche caso ottimi.

Questo anche grazie al Piano per l’assetto del territorio di cui è stato approvato un primo schema di zonizzazione.

Questa, inizialmente, era vista come un qualcosa di limitativo e vincolistico.

Oggi è invece accettata sia a livello locale che centrale.

Gli stessi comuni sollecitano affinché si possa presto pervenire alla elaborazione definitiva del Piano e alla normativa corrispondente alle quattro principali zone.

La Zona di Riserva Integrale è già parzialmente realizzata per una superficie di tremilacinquecento ettari.

Quella prevista e circa il 25% della superficie totale, quindi di dodicimila ettari.

Con la collaborazione dei comuni è stato possibile istituire la prima riserva di 3500 ettari nella zona della Camosciara, che è di importanza strategica per la sopravvivenza di tutte le specie animali e in particolare per l’Orso bruno marsicano, molto vulnerabile a causa non solo del disturbo che il plantigrado può avere dalla presenza turistica ma soprattutto per il bracconaggio, in fase tremendamente crescente.

Per la disponibilità dei suoli si è concordato l’affitto a lungo termine.

I comuni, cedendo in gestione i territori, ne ricavano le risorse necessarie a risolvere i problemi finanziari e di bilancio; il Parco, avendone la disponibilità, può organizzarvi il movimento turistico e la gestione dei boschi e della fauna.

In alcune località è stato totalmente interdetto l’accesso ai visitatori.

Vi si può accedere soltanto per motivi scientifici e con regolare permesso.

Nella Zona di Riserva Generale sono possibili alcune attività tradizionali di tipo agrosi Ivopastorale.

Anche l’uso del bosco è compatibile a certe condizioni.

La Zona di Protezione corrisponde al fondovalle ed agli accessi al Parco, localizzali agli imbocchi delle valli trasversali dove arriva il traffico motorizzato e dove sono state bloccate le vecchie piste di esbosco.

Vi sono delle infrastrutture di base come parcheggi, aree di pic-nic, modesti campeggi in natura.

Questi ultimi sono in pratica dei punti di sosta, con un minimo di servizi igienici e una modesta organizzazione.

Non sono recintati e non hanno strutture di tipo ricreativo: rappresentano la vera occasione di contatto diretto con la natura.

I campeggi attrezzati e organizzati sono invece previsti nei pressi dei centri abitati, nell’ambito della Zona di Sviluppo, dove ci può anche essere una espansione urbanistica, purché controllata e regolamentata.

Con il Piano del Parco devono necessariamente integrarsi i vari piani previsti ai diversi livelli e di competenza di altri enti pubblici, come i piani regolatori generali, i piani di sviluppo urbanistico e socio-economico, i piani di intervento regionale.

In Abruzzo è ormai definitivamente affermato il principio dell’intesa, fino a poco tempo fa contestato, nonostante la sentenza del 1975 della Corte Costituzionale che, a proposito del Parco Nazionale del Circeo, ha stabilito che l’autorità comunale non può elaborare, senza concordarlo con l’autorità del Parco, alcuno strumento urbanistico.

Al Parco d’Abruzzo lo stesso principio è stato più volte riconosciuto nei diversi procedimenti amministrativi promossi davanti al Tribunale Amministrativo Regionale e allo stesso Consiglio di Stato.

Oggi è un principio acclarato e da tutti accettato, a cominciare dal Comune che più di ogni altro lo aveva osteggiato: nei prossimi giorni sarà sottoscritto il protocollo d’intesa sul Piano Regolatore Generale di Pescasseroli.

Tutte queste misure sono dirette anche a indirizzare i visitatori che creano difficoltà pure dal punto di vista dell’inquinamento, dei fiumi, dei territori, degli spazi pubblici.

Nella passata stagione estiva nelle aree turistiche sono state raccolte più di cinquanta tonnellate di rifiuti.

Gli sforzi e le iniziative devono tendere a indirizzare i visitatori all’interno dei centri abitati.

Nelle loro adiacenze si sta predisponendo una rete di sentieri-natura: si tratta di sentieri molto brevi, che partono quasi sempre dai centri di visita o dalle aree faunistiche, che permettono di godere di alcuni aspetti del Parco e nello stesso tempo invitano, certamente in modo indiretto, a non andare in alta montagna, evitando così di disturbare gli animali e creare altri problemi.

La cosiddetta legge dell’attrito intrinseco riceve così, con successo, pratica sperimentazione.

Per la comprensione del Parco da parte degli abitanti del posto, l’esperienza delle gestioni delle strutture attraverso organizzazioni giovanili è unica ed eccezionale.

Molti servizi sono assegnati in concessione a cooperative di giovani.

Questo sistema si è rivelato anche un buon mezzo di partecipazione della gente del posto.

Una partecipazione peculiare e diretta, che può realizzarsi solo attraverso il coinvolgimento dei giovani, più sensibili non solo ai problemi sociali e occupazionali, ma anche a quelli della tutela ambientale.

Essi cominciano a rendersi conto e a prendere coscienza della importanza di vivere in un’area protetta, potendo toccare con mano i risultati economici.

E’ un processo graduale, da perfezionare in tempi più o meno lunghi, ma che non potrà più arrestarsi per arrivare, dopo la gestione delle strutture ricettive e della infrastrutture turistiche, a un più diretto impegno anche in altre attività istituzionali come la ricerca scientifica.

Un loro inserimento anche nella realtà più specificamente ecologica, naturalistica e scientifica della istituzione, si prevede possa avvenire dopo la soluzione dei problemi socio economici e amministrativi.

Ci sono, comunque, sintomi molto promettenti.

Parlando di turismo e di dati economici e finanziari, si potrebbe pensare che il Parco sia più un’agenzia turistica che un Ente di tutela.

Assolutamente no: lo scopo principale è e rimane quello di proteggere e di conservare la natura nel suo complesso, la flora, la fauna, le formazioni geologiche, il paesaggio.

Favorendo un certo tipo di turismo, è stata anche garantita l’applicazione intransigente delle leggi e la tutela quasi integrale di buona parte del territorio, con buoni e incontestabili risultati ecologici.

La situazione territoriale è ottima, quella della fauna, rispetto a qualche anno fa, è addirittura eccezionale Sono allo studio altre iniziative di riequilibrio ecologico.

Di non secondaria importanza è la raggiunta protezione delle foreste attraverso gli indennizzi ai comuni: sono stati sottratti al taglio oltre duecentomila alberi di alto fusto.

Infine, alcune considerazioni complessive appaiono opportune per quanto attiene ai parchi esistenti e da istituire.

Troppo spesso si sente parlare di povertà delle popolazioni di montagna.

Sembra che siano diseredate e costrette a elemosinare dal turista.

Invece, nella montagna italiana, eccetto forse alcune zone del più profondo mezzogiorno, si trovano livelli di vita più che dignitosi.

Il reddito dei montanari - che poi montanari più non sono, almeno nel termine tradizionale - corrisponde in genere al reddito del cittadino medio.

Occorre sfatare questa mistificazione per non perdere di vista il problema fondamentale.

L’economia di sussistenza non esiste più Durante la buona stagione, all’alpeggio, l’allevatore non va più a morire di fatica.

Svolge ormai un lavoro come tanti altri Parlando di parchi nazionali, si presenta sempre un mare di problemi da risolvere: occupazione, pendolarismo, partecipazione, servizi.

Si tratta di problemi che vanno certamente risolti, ma che non esistono solo nei parchi.

Oggi si parla di disoccupazione, giustamente, ma i due milioni e oltre di disoccupati non sono mica nei parchi nazionali! Sono nelle città italiane, costrette a un determinato modello di sviluppo, del quale si pagano le conseguenze.

Il pendolarismo, se mantenuto entro certi limiti, può anche essere sopportabile nelle aree protette.

Oggi ci sono pendolari che dall’hinterland delle grandi città (Torino-Roma), percorrono normalmente fino a 100 chilometri: da Frosinone partono per Roma (80 Km) impiegati e operai che tutte le mattine raggiungono il posto di lavoro, rientrando a casa dopo 12-13 ore.

E’ ingiusto, ma succede Se nei parchi accade di fare 15-30 Km di viaggio per raggiungere il lavoro, non è la fine del mondo.

Per l’occupazione, si può dire la stessa cosa.

Ci sono difficoltà in tutto il territorio nazionale, in tutto il mondo.

Pare invece che questi problemi esistano solo nelle aree protette.

Non e pensabile di poter condividere la tesi “risolviamo i problemi occupazionali e poi creiamo i parchi”.

E’ semplicemente assurdo.

Chi sostiene queste argomentazioni è evidentemente prevenuto.

Anche perché, solo con il Parco, forse, si può contribuire alla loro soluzione.

E comunque, se creare un Parco può significare anche risolvere o complicare problemi di carattere occupazionale e sociale, va valutato a parte.

I problemi di conflittualità, sempre esistenti, possono essere affrontati in vario modo, uno dei quali è il migliore coinvolgimento possibile della gente.

E’ però chiaro che, quando si pretende a tutti i costi che all’interno delle aree destinate a Parco venga eliminata la conflittualità, si insegue una illusione, una utopia.

Non ci potrà mai essere un’Area protetta, con o senza abitanti, senza un minimo di conflittualità.

Questa, che in un primo momento può essere tipicamente ideologica, di idee, dopo diventa di altro genere: ad esempio, economica.

E’ inevitabile Gli stessi abitanti, capendo di avere in mano un grosso capitale, desiderano sfruttarlo in tutti i modi possibili.

Non c’è nessuna educazione che possa impedire di sfruttarlo al massimo, in mancanza di adeguati interventi.

Ad esempio, in Abruzzo, con la istituzione delle cooperative viene soddisfatta una certa esigenza di partecipazione diretta che è molto sentita.

Però anche con queste, con cui pure si collabora agevolmente, compaiono i primi conflitti.

E non è difficile individuarne la fonte.

E’ nella valutazione degli introiti delle attività ricettive e nella razionalizzazione delle strutture, attraverso qualche sacrificio economico da fare a favore dell’ambiente: c’è resistenza persino verso piccoli sacrifici organizzativi nell’interesse della natura quando possono comportare anche modesti e sopportabili costi economici.

E’ però necessaria, in situazioni del genere, la massima decisione dell’autorità responsabile della gestione del Parco.

Le popolazioni locali, poi, non vanno convinte dall’esterno.

Esse tendono a convincersi direttamente che far parte di un’Area protetta è vantaggioso.

Basta far confronti con quelle che vivono al di fuori, o solo ai margini.

I paesi del Parco sono senza dubbio privilegiati, perché le condizioni di vita sono migliori rispetto a quelle degli abitanti dei paesi appenninici vicini.

Perciò, parlando di coinvolgimento occorre distinguere il momento della tutela, da quello della gestione.

Nel primo momento, per ora, è quasi impossibile.

È questione di scelta di fondo: se un Parco deve essere veramente Parco, non può essere che un territorio protetto.

E’ difficile avere, senza attendere un momento successivo, quello della dimostrazione economica, l’adesione delle popolazioni locali.

Queste potranno sicuramente aderire quando avranno toccato con mano il rendimento in termini economici.

C’è poco da illudersi! Solo in quel momento potrà avvenire il coinvolgimento.

Nel momento della tutela, cioè quando si deve decidere che un determinato territorio non va toccato, non si può pensare di ottenere l’adesione totale.